L’essere umano è un fascio di possibilità, un rogo di potenza che può incendiare l’universo o rinchiudere se stesso fino a diventare uno squallido braciere soffocato dalla cenere.

Può vederne soltanto pochi, però, dei sentieri che si stendono davanti ai suoi piedi. Sebbene siano tutti presenti, li davanti a lui. E, anche se non ne è conscio, la sua azione può avere ruoli rivoluzionari. Ma il dispiegamento della propria possibilità rimane rischioso e difficile.

La morte è semplicemente il momento in cui le possibilità scendono a zero, lo stato in cui più nulla è possibile. Lo zero assoluto.

The pool

Per questo l’uomo che si suicida compie l’azione più aberrante tra quelle a lui concesse, annienta la possibilità che altro possa accadere, uccide il cambiamento. La seconda azione più squallida è chiaramente la limitazione delle possibilità altrui, e quindi l’omicidio.

Da sempre l’uomo costruisce gran parte della propria letteratura proprio sull’apparente paradossalità della morte e sull’impossibilità del rapporto con qualcosa che non ha più possibilità di essere, ma che fu.

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Milioni di invocazioni ai morti, di pianti sulle tombe, di canti elevati a ciò che non può tornare mai più.

Credo che chi si suicida non cerchi in realtà questo, l’annullamento, ma semplicemente un cambiamento, qualcos’altro, e non vedendo più nessun sentiero davanti ai propri piedi, scoprendosi assolutamente impotente al mondo, cerca l’ultimo possibile cambiamento. Chiaramente sono soltanto speculazioni, queste, non sono  un medico o uno psicologo.

-Diogene Sileno