Avete rotto il cazzo con la morale spicciola. Con questa visione manichea del bene e del male, con la morale moscia di chi spara ai lupi e accarezza gli agnelli.Lo chiamavano Jeeg Robot, ennesimo film storpiato da un modo di pensare antiquato, sfigurato da questo clichè dell’eroe, con questo voler addolcire a tutti i costi e trarre un piacere stupido, un film per ragazzine – se non fosse per il sudicio e il grottesco (che all’inizio del film mi han quasi fatto sperare bene).

Per non dire della trama che mi pare più americana che nipponica (oramai mi sembra quasi di vedere gli sceneggiatori che seguono una scaletta): il solito processo evolutivo che porta tizio a diventare un eroe senza macchia; e penso che l’estetica marcia sia stata sfruttata a questo scopo, far emergere l’eroe dallo schifo, dal bassofondo. Magari con anche un intento (al solito) morale, con le varie letture sociali che se ne possono fare (per dirne una: “anche se nasci fra delinquenti non devi diventarlo per forza”).

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Oramai narrativa al cinema (da quel che ho visto) è diventata sinonimo di moralismo, bacchettoneria; a parte poca roba.

Come va interpretato il ruolo dell’oriente in questa video-storiella? Semplicemente come bottoncino cesellato, come gualdrappa colorata, come ninnolo. Infatti è un aspetto puramente tamarro, l’incontro (buono o no che sia) fra Italia e pseudo-subcultura-pop-nipponica-laterale non è protagonista di questo Lo chiamavano Jeeg Robot, la questione non viene affrontata, né ritratta a dovere, viene sfruttata come elemento estetico (senza il giusto approfondimento) e forse di marketing, dato che guarda il caso: è stato vergato nelle locandine (ed è più attestante questa mia affermazione, sulla questione neo-culturale, che tutto il film Lo chiamavano Jeeg Robot).

-UomoSigla-