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Risposta. Diciamo il cazzo che ci pare.

Tag: Jeeg Robot

In culo a Jeeg Robot

Avete rotto il cazzo con la morale spicciola. Con questa visione manichea del bene e del male, con la morale moscia di chi spara ai lupi e accarezza gli agnelli.Lo chiamavano Jeeg Robot, ennesimo film storpiato da un modo di pensare antiquato, sfigurato da questo clichè dell’eroe, con questo voler addolcire a tutti i costi e trarre un piacere stupido, un film per ragazzine – se non fosse per il sudicio e il grottesco (che all’inizio del film mi han quasi fatto sperare bene).

Per non dire della trama che mi pare più americana che nipponica (oramai mi sembra quasi di vedere gli sceneggiatori che seguono una scaletta): il solito processo evolutivo che porta tizio a diventare un eroe senza macchia; e penso che l’estetica marcia sia stata sfruttata a questo scopo, far emergere l’eroe dallo schifo, dal bassofondo. Magari con anche un intento (al solito) morale, con le varie letture sociali che se ne possono fare (per dirne una: “anche se nasci fra delinquenti non devi diventarlo per forza”).

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Oramai narrativa al cinema (da quel che ho visto) è diventata sinonimo di moralismo, bacchettoneria; a parte poca roba.

Come va interpretato il ruolo dell’oriente in questa video-storiella? Semplicemente come bottoncino cesellato, come gualdrappa colorata, come ninnolo. Infatti è un aspetto puramente tamarro, l’incontro (buono o no che sia) fra Italia e pseudo-subcultura-pop-nipponica-laterale non è protagonista di questo Lo chiamavano Jeeg Robot, la questione non viene affrontata, né ritratta a dovere, viene sfruttata come elemento estetico (senza il giusto approfondimento) e forse di marketing, dato che guarda il caso: è stato vergato nelle locandine (ed è più attestante questa mia affermazione, sulla questione neo-culturale, che tutto il film Lo chiamavano Jeeg Robot).

-UomoSigla-

Intorno a Jeeg Robot

Quando vedo una periferia, con palazzoni, cartacce per strada, cassonetti stracolmi e tutto il resto, penso ad Akira.

Quando arrivo in un paesello dal nome strambo non posso fare a meno di pensare ai vari giochi Pokemon.

Quando faccio pesi o palestra, rivedo gli allenamenti nella stanza dello Spirito e del Tempo, ma anche quelli alla Kame House.

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Sembra il discorso di un giappominkia frustrato, di quelli che si trovano sulle varie pagine facebook tipo “Anime Giappo”, quelli che hanno perso per strada tutta la tradizione della terra che li ha partoriti per blaterare quattro parole di giapponese, e storpiare i concetti e le idee di una cultura immensa e aliena come quella orientale, che mai capiranno.

Degli esseri persi a metà strada, insomma, degli aborti autoabortiti.

 

Io, infatti, nutro in parallelo a questi echi un vero e proprio culto della cultura italiana.

Dante è il sacerdote di una divinità che è tuttavia un immaginario, quell’immaginario che ci permea e ci forma, che noi imitiamo. Ma ormai credo che queste mie convinzioni siano sul punto di subire una trasformazione, un level up.

 

Perché ora anche i giappominchia sono interessanti, per me. Ciò che rappresentano non si può ignorare. La cultura altrui, il sentire altrui, di altri mondi, penetra attraverso le intercapedini, le crepe dell’Italia.

Per me, sentire qualcuno parlare di videogiochi giapponesi o anime in romanesco o napoletano è qualcosa di assurdo, davvero sconvolgente.

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Non è che Dante non ci parli più, perché noi siamo nati tra le righe del suo poema. Ma forse occorre ascoltare anche altre voci, che silenziosamente si sono infiltrate nelle nostre vite e ci hanno cambiato. Hanno cambiato l’Italia attraverso le periferie, importate in Ps1, cartucce per Game Boy e videocassette. E hanno portato con se i vagiti di un mondo completamente nuovo.

Di quanto tutto questo sia importante me ne rendo conto solo ora, dopo aver visto questo film.

https://www.youtube.com/watch?v=v79E-DiYxPs&index=12&list=PL50AAD8692FEB1043

 

-Diogene Sileno

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