“Oh, Divina Provvidenza che non togli mai nulla se non per restituirlo moltiplicato! Ho fiducia in te! Il Signore non mi darebbe mai un dolore così grande se non in vista di un bene ancora più grande! Vergine Maria, confido nella tua grazia!”

E così la pia e casta Lucia Mondella rimane fottuta. Letteralmente. I bravi la rapiscono e Don Rodrigo se la sbatte a puntino prima di sbatterla in una stanza del suo palazzotto a lavorare al filatoio.
L’Innominato, udito di questo prepotente signorotto che ha rapito e violentato una fanciulla innocente, si reca celere a fargli visita: Lucia, vedutolo, lo implora, in lacrime: “Il Signore perdona tante cose per un’opera di bene!”.
Queste sarebbero le parole che nella testaccia cattolica di Manzoni avrebbero dovuto convertire il famigerato Conte del Sagrato, verosimilmente uno degli uomini più potenti e crudeli del suo tempo.
Ma le cose vanno diversamente. Il simpaticone le assesta un sonoro schiaffo a cinque dita sulla guancia vellutata, solcata da rigagnoli di lacrime. “Zitta puttana!”. Si cala le braghe con un ghigno. Ecco che la povera Lucia viene farcita nuovamente, opponendo una debole e vana resistenza. TOC TOC. Il rumore dei testicoli che sbattono contro le sue natiche ignude.

Per quanto possa essere scosso il lettore giunto a questo punto, può ora tranquillizzarsi: il campagnolo Renzo e il finto buonista Fra’ Cristoforo interverranno a difendere la promessa sposina! Il bene trionferà!

E invece no, perchè Renzo e Lodovico (nome borghese di Fra’ Cristoforo) sono due cani allo sbaraglio, e, senza avere nemmeno il tempo di arrivare davanti al portone del palazzo, si beccano una piacevolissima scarica di piombo nella cassa toracica che li lascia freddi, morti, a terra. Eh sì, i bravi sono più di voi e sono armati.

Beh, a questo punto, la storia si può anche concludere. Renzo è morto e Lucia è diventata la giumenta personale di Don Rodrigo. Solo che le giumente non filano la lana.

Spero che questo articolo vi abbia peggiorato la vita

Brutalberto