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TesteDiCaos

Risposta. Diciamo il cazzo che ci pare.

In culo a Jeeg Robot

Avete rotto il cazzo con la morale spicciola. Con questa visione manichea del bene e del male, con la morale moscia di chi spara ai lupi e accarezza gli agnelli.Lo chiamavano Jeeg Robot, ennesimo film storpiato da un modo di pensare antiquato, sfigurato da questo clichè dell’eroe, con questo voler addolcire a tutti i costi e trarre un piacere stupido, un film per ragazzine – se non fosse per il sudicio e il grottesco (che all’inizio del film mi han quasi fatto sperare bene).

Per non dire della trama che mi pare più americana che nipponica (oramai mi sembra quasi di vedere gli sceneggiatori che seguono una scaletta): il solito processo evolutivo che porta tizio a diventare un eroe senza macchia; e penso che l’estetica marcia sia stata sfruttata a questo scopo, far emergere l’eroe dallo schifo, dal bassofondo. Magari con anche un intento (al solito) morale, con le varie letture sociali che se ne possono fare (per dirne una: “anche se nasci fra delinquenti non devi diventarlo per forza”).

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Oramai narrativa al cinema (da quel che ho visto) è diventata sinonimo di moralismo, bacchettoneria; a parte poca roba.

Come va interpretato il ruolo dell’oriente in questa video-storiella? Semplicemente come bottoncino cesellato, come gualdrappa colorata, come ninnolo. Infatti è un aspetto puramente tamarro, l’incontro (buono o no che sia) fra Italia e pseudo-subcultura-pop-nipponica-laterale non è protagonista di questo Lo chiamavano Jeeg Robot, la questione non viene affrontata, né ritratta a dovere, viene sfruttata come elemento estetico (senza il giusto approfondimento) e forse di marketing, dato che guarda il caso: è stato vergato nelle locandine (ed è più attestante questa mia affermazione, sulla questione neo-culturale, che tutto il film Lo chiamavano Jeeg Robot).

-UomoSigla-

Intorno a Jeeg Robot

Quando vedo una periferia, con palazzoni, cartacce per strada, cassonetti stracolmi e tutto il resto, penso ad Akira.

Quando arrivo in un paesello dal nome strambo non posso fare a meno di pensare ai vari giochi Pokemon.

Quando faccio pesi o palestra, rivedo gli allenamenti nella stanza dello Spirito e del Tempo, ma anche quelli alla Kame House.

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Sembra il discorso di un giappominkia frustrato, di quelli che si trovano sulle varie pagine facebook tipo “Anime Giappo”, quelli che hanno perso per strada tutta la tradizione della terra che li ha partoriti per blaterare quattro parole di giapponese, e storpiare i concetti e le idee di una cultura immensa e aliena come quella orientale, che mai capiranno.

Degli esseri persi a metà strada, insomma, degli aborti autoabortiti.

 

Io, infatti, nutro in parallelo a questi echi un vero e proprio culto della cultura italiana.

Dante è il sacerdote di una divinità che è tuttavia un immaginario, quell’immaginario che ci permea e ci forma, che noi imitiamo. Ma ormai credo che queste mie convinzioni siano sul punto di subire una trasformazione, un level up.

 

Perché ora anche i giappominchia sono interessanti, per me. Ciò che rappresentano non si può ignorare. La cultura altrui, il sentire altrui, di altri mondi, penetra attraverso le intercapedini, le crepe dell’Italia.

Per me, sentire qualcuno parlare di videogiochi giapponesi o anime in romanesco o napoletano è qualcosa di assurdo, davvero sconvolgente.

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Non è che Dante non ci parli più, perché noi siamo nati tra le righe del suo poema. Ma forse occorre ascoltare anche altre voci, che silenziosamente si sono infiltrate nelle nostre vite e ci hanno cambiato. Hanno cambiato l’Italia attraverso le periferie, importate in Ps1, cartucce per Game Boy e videocassette. E hanno portato con se i vagiti di un mondo completamente nuovo.

Di quanto tutto questo sia importante me ne rendo conto solo ora, dopo aver visto questo film.

https://www.youtube.com/watch?v=v79E-DiYxPs&index=12&list=PL50AAD8692FEB1043

 

-Diogene Sileno

Bisogna scegliere la vita, cazzoni.

SI’
Mi riscopro in questi tempi, come in una crisi di mezza età, che tra l’altro è stata identificata all’approssimarsi dei 42 anni, e volendo nel mio caso si volge quasi a crisi di quarta età.
Mi ha colpito come una bastonata sul muso forte e decisa, non son persona io che si fa intimorire, nel senso che ce ne vuole per scuotermi, temprato da anni di delusioni scolastiche ho imparato a farci il callo, per quel che importasse. Eppure!   Sciam! Sfrigola l’aria un attimo prima che il mio muso venga spaccato in quattro da una cannonata, il sangue cola a fiotti dalla fronte tanto da annebbiarmi il poco di vista rimasta. Mi sento mancare, crollo e resto in ascolto, unico senso ancora vigile in me.
Apro gli occhi, fissano la porta della doccia, sento il vapore caldo residuo dello scorrere dell’acqua entrare in ogni singolo poro e bruciare via il freddo dell’inverno.
cosa cazzo sto facendo

 

Eccola tornare per il secondo round, stavolta mi sento più pronto. Non ho una risposta, non credo l’avrò mai e che pochi l’abbiano mai avuta, ho almeno un rimedio. Efficace? Probabilmente. Semplice mica tanto.
Ogni essere vivente credo abbia un periodo della vita in cui spicca sotto tutti i punti di vista, rispetto al proprio passato e futuro, periodo in cui è più forte fisicamente, più sveglio intellettualmente e che in generale è geneticamente più predisposto a qualsiasi attività. Sono in pratica gli anni migliori di tutta l’esistenza, dato che una qualsivoglia capacità successivamente sarà sottoposta a un lento decadimento, se lasciata a sé stessa.

 

cosa cazzo sto facendo

 

Beh sento che quel periodo fortunato mi ha travolto, è arrivata l’età dell’oro. Bisogna sfruttare il fermento fisico e mentale che mi investe di questi tempi, un’occasione imperdibile per tutti. Gli anni migliori SI’.

Dunque è qui e ora che bisogna scegliere la vita, non come i cazzoni di Trainspotting, che si perdono e si sprecano letteralmente a guardare tanti treni fuggire lontani da loro, tante opportunità obnubilate da ubriachezza di alcol, droghe e non-vita.
Ecco perché, in questo periodo più che mai, mi sento di sceglierla, la vita.
Basta allo schifo, al degrado e allo schifo due volte. Ora di fare sul serio, di farsi la gavetta.

Mi sento vuoto, come se il tempo da me trascorso su questa terra non sia altro che una sporca e vile sborrata da astinenza, di quelle fatte in fretta e furia solo per il gusto di farlo, proprio loro che un attimo dopo aver eiaculato stress e frustrazione, portano allo sconforto e alla desolazione. Come se fosse giusto giusto finito l’effetto.
Forse, se sommassi tutti gli attimi trascorsi su questa terra, quelli degni d’essere vissuti formerebbero l’età di un anno solare, magari qualcosina di meno ma facciamo un anno tondo.
Beh è quasi 1/20 del tempo che ho passato a fluttuare su questo pianeta, fra questa gente. Alla fine non è andata nemmeno così malaccio per ora. Bene ma non benissimo to’. In fin dei conti è come se vivessi  1 secondo di vita degna ogni 20 secondi di mero respirare.

Anche trattenendo il fiato a più non posso, passerebbe almeno un frangente in cui quest’attività non sarebbe mero sforzo fisico ma in un certo senso speciale, con un significato. Sarebbe “l’apnea di quella volta che scrivevo quelle robe” non una qualsiasi apnea. E tanto mi basta per il momento.

Non so bene il perché, e non mi interessa chiedermelo, ma tutto questo discorso mi apre in due il petto ed è come se drogasse il mio cuore facendolo esplodere di emozione per il futuro.

Morale della favola, ora più che mai mi sento di scegliere la fottuta vita,
Tirando avanti lontano dai guai in attesa del giorno in cui morirai.

-Cucuzela-

Posso, quindi sono ancora.

L’essere umano è un fascio di possibilità, un rogo di potenza che può incendiare l’universo o rinchiudere se stesso fino a diventare uno squallido braciere soffocato dalla cenere.

Può vederne soltanto pochi, però, dei sentieri che si stendono davanti ai suoi piedi. Sebbene siano tutti presenti, li davanti a lui. E, anche se non ne è conscio, la sua azione può avere ruoli rivoluzionari. Ma il dispiegamento della propria possibilità rimane rischioso e difficile.

La morte è semplicemente il momento in cui le possibilità scendono a zero, lo stato in cui più nulla è possibile. Lo zero assoluto.

The pool

Per questo l’uomo che si suicida compie l’azione più aberrante tra quelle a lui concesse, annienta la possibilità che altro possa accadere, uccide il cambiamento. La seconda azione più squallida è chiaramente la limitazione delle possibilità altrui, e quindi l’omicidio.

Da sempre l’uomo costruisce gran parte della propria letteratura proprio sull’apparente paradossalità della morte e sull’impossibilità del rapporto con qualcosa che non ha più possibilità di essere, ma che fu.

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Milioni di invocazioni ai morti, di pianti sulle tombe, di canti elevati a ciò che non può tornare mai più.

Credo che chi si suicida non cerchi in realtà questo, l’annullamento, ma semplicemente un cambiamento, qualcos’altro, e non vedendo più nessun sentiero davanti ai propri piedi, scoprendosi assolutamente impotente al mondo, cerca l’ultimo possibile cambiamento. Chiaramente sono soltanto speculazioni, queste, non sono  un medico o uno psicologo.

-Diogene Sileno

ONEPUNCH TRAINING Settimana 2

GIORNO 8
Iniziamo male, oggi non ho fatto una sega di niente, nessunissima voglia di fare nessuno degli esercizi.
Devo studiare per un esame che avrò tra un paio di giorni e sono impegnato a salvare il salvabile. Fatto sta che oggi, dopo un record di una settimana, devo piegarmi alla sconfitta.

GIORNO 9
Nessun miglioramento, c’ho una caga mostruosa per l’esame dio boia, oltretutto anche se volessi allenarmi non  potrei ugualmente, dato che mi aspetta un viaggio di due ore in treno, per spostarmi nella città dove studio. Giornata del cazzo schifomadò.

GIORNO 10
Ho dato ‘sto schifo di esame, per lo meno lo scritto, ma la tensione se n’è andata comunque.
Oggi ricomincio l’allenamento, dopo due giorni di stop e vedrò come va.
Puttana troia sono un fenomeno. Il timore per le flessioni è ormai un lontano ricordo, oggi sono filate via con piacere. Il problema sono stati gli addominali, che hanno iniziato a far male sin da subito e il pavimento freddo e duro sotto di me non aiutava certamente la mia schiena acciaccata. Per quanto riguarda la corsa sarà per un’altra volta, tuttavia mi ritengo piuttosto soddisfatto.

GIORNO 11
Quest’oggi mi sento più carico del solito nell’appropinquarmi a fare i miei esercizi, sarà perché  le flessioni di ieri mi hanno rinvigorito, a ogni modo ormai sto raggiungendo un ritmo piuttosto stabile e il caratteristico indolenzimento “del giorno prima” si affievolisce di giorno in giorno.
Solita routine senza contare la corsa: finisco tutto con una nonchalance invidiabile, con poche e brevi pausette.
Sono contento, nessun crampo, nessun acciacco e poca stanchezza. M’infilo in doccia ed ecco il fatal dolore, sento pian piano salire una fitta poco piacevole lungo la schiena, tanto da costringermi a sedere sul bordo della vasca-doccia. Questo accade per un paio di volte e, come era venuta, la fitta scompare nel nulla. Tuttavia credo fosse colpa del fare gli addominali sul nudo pavimento, cosa che d’ora in poi cercherò di evitare se queste sono le conseguenze.

GIORNO 12
Giornata del cazzo, oggi devo dare l’orale ma sapendo d’essere già passato vado solo per confermare il voto. Dunque mi faccio tutto il mio progetto di prendere il treno dopo pranzo, arrivare a casa verso le 17.30 e allenarmi sapendo che alle 19 avrei giocato a calcetto. Tutto programmato, niente può andare storto
E INVECE, tac! Arrivo al luogo per dare l’orale, con un’ora di ritardo considerato che ero 48esimo, e cosa scopro? Che sta ancora interrogando il primo della porco dio di lista. 40 minuti per una persona, ‘sto ciccione del cazzo che voleva alzare il voto da 25 a 30, il bastardo.
Morale della favola, torno a casa a mangiare assieme al compare che segue l’allenamento con me, carbonara potente, torniamo al luogo dell’esame con tanto di valigie e cattive intenzioni. Saltiamo la fila inventandoci un treno che di lì a poco sarebbe passato, che non potevamo ASSOLUTAMENTE perdere, e BAM voto confermato, tutti sul treno in direzione calcetto. Arriviamo al campo per grazia divina e una volta tornato a casa sono troppo affranto per mettermi sotto. Vado a nanna.

GIORNO 13
Oggi ho fatto schifo, lo ammetto. Sono riuscito a installare questo gioco, Europa Universalis IV, e il mio lato nerd è riuscito a oscurare quello conscio. Nulla d’annotare se non che quel gioco è una figata.

 

GIORNO 14
Oggi è un giorno molto glorioso. ADUNATA di tutti e tre i cavalieri, che hanno completato con destrezza l’allenamento. Persino quel laido di UomoSigla è accorso vedendo la portata di tale avvenimento.
E niente, gran giornata, con tanto di botte al sacco da boxe e stretching, buon allenamento.
Stassera si torna a fare schifo.

-Cucuzela-

ONEPUNCH TRAINING Settimana 1

Questa è una sfida contro me soltanto, prima di iniziare a narrare le gesta mie e dei compari che, nel bene o nel male, si unirono a me, mi piacerebbe fare un minimo di background su ciò che mi riguarda.

Sono un ragazzo di 19 anni, alto 182 cm il cui peso oscilla tra i 70 e i 74 kilogrammi. Ho sempre praticato sport, a periodi alterni con maggiore o minore intensità e posso ritenermi una persona in forma, d’altronde se non si è in forma a questa età penso ci sia qualche cosa che non torni.
Mi ero imposto di iniziare questo allenamento con lo scoccare dell’anno nuovo, dunque nell’ultimo mese mi sono concentrato molto più del solito nel mangiare, nel bere e nel fare schifo.
Per chi non lo sapesse, l’allenamento prevede i seguenti esercizi, da svolgersi quotidianamente:
100 push-ups (flessioni), 100 sit-ups (addominali), 100 squats e 10 km di corsa.

Fin da subito credevo il problema più grosso sarebbero stati i 10 km di corsa, dato che non ero molto avvezzo a questo tipo di sport, e non lo sono tutt’ora, tuttavia di lì a breve dovetti ricredermi.

Ovvio è che se continuassi a mangiare, bere e fumare come un dannato, pur allenandomi con costanza, i risultati tarderebbero ad arrivare. Dunque ho deciso di pormi dei limiti anche in questo senso.

Bene, 19 minuti per scrivere ‘ste due boiate, iniziamo và.

GIORNO 1
Ok ci siamo, siam carichi madonna, avverto gli amichetti che oggi si inizia e in men che non si dica ci siamo dentro.
Inizio con la corsa, senza troppa spavalderia perché so che mi ridurrò a uno straccio. I primi due km sono interminabili: il tempo non passa mai e sembra di aver fatto chissà cosa quando in realtà sto correndo da neanche 10 minuti. Malgrado tutto finisco i miei onestissimi 5 km in circa 35 minuti, tempo record signori e signore. 10 km di corsa sono improponibili per me al momento, non tanto per la fatica quanto più per la noia, in più son sicuro che li sentirei bene bene il giorno dopo.
Mi raggiunge uno dei due compari e iniziamo col resto, cicli di serie da 10 di flessioni-addominali-squats, riposo a discrezione dell’individuo. Dopo un inizio a dir poco frizzante arrivo al quarto ciclo di addominali e ci resto per molto tempo, lì, steso per terra, sul pavimento freddo a osservare quello che mi circonda.
Dopo questa prima avversità mi riprendo e fila tutto liscio fino al settimo ciclo, quando inizia a sentirsi il peso sulle spalle, che tirano e sfrigolano come non mai.
Il primo giorno è andato, un pochetto di stretching giusto per dire di averlo fatto e tutti sotto la doccia.

GIORNO 2
Mi sveglio poco indolenzito, troppo poco, questo è un problema perché vuol dire che mi prenderà un mega acciacco durante il giorno, garantito al limone (è una citazione, ma cosa volete capirne voi).
Faccio tutte le mie cose come al solito, studio persino e dopo pranzo decido di coricarmi sul divano e godermi un po’ di tv prima di riaccendere il cervello.
Mi addormento, nella posizione più di merda che potesse esserci: non l’avessi mai fatto.
Diocane mi sveglio e ogni movimento è un atroce sofferenza, le spalle vampano e pettorali e tricipiti mi permettono di alzare le braccia solo fino a una certa altezza prima di bestemmiare l’innominabile. L’unica nota positiva è che le gambe non mi fanno troppo male.
Allora si riparte, questa volta decido di correre in casa, sul tapis roulant, posizionandolo davanti alla tv. Riesco persino a ottimizzare il mio record a 32.38 minuti, mai vista una roba così.
Inizio con le solite serie, osando un 15-15-15: addominali e squats non sono un problema, potrei farne anche 40 di fila senza morire, però le flessione madonna laida fanno un male improponibile.
Con tante difficoltà e dolori finisco anche oggi col 100%, non fosse per quei 5 km dispersi.

GIORNO 3
Ma bene, i dolori si intensificano, pensa un po’, chi se lo aspettava?
Fila tutto liscio fino al quinto ciclo di esercizi, che sono costretto a lasciare in sospeso per andare a giocare a calcetto, quella che sarà una delle partite più brutte che abbia mai giocato: gambe come pezzi di legno e braccia tormentate dai formicolii per freddo e stanchezza.
Tornato a casa vengo colto da uno sprizzo spartano e finisco le serie, non senza difficoltà.
Dopo due serie di flessioni incontro Il Muro, lo stesso che coglieva Adam Richman in Man Vs. Food, quando lo stomaco finiva per riempirsi e niente vi poteva più entrare. Stessa cosa accade per le flessioni, mi ci vogliono tre tentativi per approdare a 80, dopodiché mi ci metto d’ignoranza e pure ‘sta giornata porca troia l’ho fatta, affanculo.

GIORNO 4
Questo è un grande giorno per l’umanità, poiché donerò parte del mio carburante naturale, fonte della mia incontenibile forza, al genere umano. Oggi vado a donare il sangue.
Porca madonna non mi trovano le vene. Al secondo tentativo si cambia braccio e da lì sgorgherà  a velocità furente 500 g di oro liquido.
Accidenti, vorrei tanto allenarmi ma non posso, sono troppo debole. Mi vedo costretto a dormire sul divano e darmi alla nullafacenza. Peccato.

GIORNO 5
Il giorno di riposo pensavo sarebbe servito a, sai com’è, riposarmi. Effettivamente i dolorini e gli acciacchini sono spariti, per carità; il problema però è che quando questi se ne vanno ci si accorge di quanto gli esercizi siano effettivamente dolorosi. Prima era difficile e faceva male certo, ma la colpa la davo all’indolenzimento dei giorni passati, quindi in un certo senso me ne facevo una ragione. Ora però vengono su tante di quelle bestialità che al cospetto pure L’Uomo Sigla arretrerebbe.
Oltretutto la sera prima ho sbaghinato (= voce del verbo “Sbaghinare”, ovvero “mangiare come un maiale”, deriva da “Baghino” che in dialetto significa “maiale”) e sento ancora parti della cena che lottano col mio esofago.
Sono nuovamente costretto a lasciare le serie a metà per un calcetto, tuttavia questa volta mi sono fatto furbo e i 5 km di corsa col cazzo che li ho fatti. Fila miracolosamente tutto liscio e una volta tornato a casa finisco il mio lavoro.
Questo è un giorno glorioso.

GIORNO 6
Avete presente che ieri era un giorno glorioso? Ecco oggi lo è 300 volte di più.
10.11 km, 10110 metri e un cazzo duro come il metallo, sto godendo. Sto anche male eh, ma quello non è un problema, dopo 67 minuti di puri agonia ho finalmente completato per la prima volta il percorso che mi sono fissato. Paradossalmente gli ultimi 4 km sono stati i più facili, sarà che una volta aver “spezzato il fiato” il gioco è fatto e si tratta semplicemente di tener duro (non sono tanto sicuro di questa teoria, propinatami da uno dei due figuri che mi accompagnano).
Mantengo l’autoconvinzione d’essere invincibile fino alla fine dell’allenamento e grazie a dio doccia.
Tutto ha un sapore più frizzante, l’acqua è più buona, il divano più comodo, il cibo è il migliore che abbia mai mangiato.
Questo è un giorno glorioso.

GIORNO 7
“E’ meglio correre senza una meta e perdere la strada, perché tanto anche se poi ti trovi lontano devi comunque tornare a casa, e quindi corri”. GRANDE aforisma dal vangelo secondo TheBomb, uno dei due eroi, il più eroico dei due a dir la verità, che mi seguono.
Ieri ho dato tutto, me ne accorgo proprio ora che inizio l’allenamento. 500 metri di corsa e devo fermarmi, le gambe non mi reggono, fanculo e continuo lo stesso. Due kilometri dopo sono di un’altra idea, rinuncio e torno a casa. Con grandissima fatica e dolore finisco almeno il resto, due minutini di stretching e via sotto la doccia.
Oggi non è un giorno glorioso.

 

Se si volesse la citazione tamarra, solo per cuori forti.
“Why do we fall? So we can learn to pick ourselves up.”

-Cucuzela-

Ho conosciuto il dolore

Ho conosciuto il dolore,
di persona, s’intende,
e lui mi ha conosciuto:
siamo amici da sempre

Io non l’ho mai perduto, lui tanto meno;
che anzi si sente come finito se per un giorno solo
non mi vede, o non mi sente.
Ho conosciuto il dolore e mi è sembrato ridicolo,
quando gli dò di gomito, quando gli dico in faccia:
“Ma a chi vuoi far paura?”

Ho conosciuto il dolore ed era il figlio malato,
la ragazza perduta all’orizzonte, il sogno strozzato
l’indifferenza del mondo alla fame, alla povertà, alla vita
il brigante nell’angolo, nascosto, vigliacco, battuto, tumore
Dio che non c’era e giurava di esserci, ah se giurava, di esserci
e non c’era.

Ho conosciuto il dolore e l’ho preso a colpi di canzoni e parole per farlo tremare, per farlo impallidire,
per farlo tornare nell’angolo, così pieno di botte, così massacrato stordito imballato,
così sputtanato, che al segnale del gong saltò fuori dal ring
e non si fece mai più, mai più vedere.

Poi l’ho fermato in un bar, che neanche lo conosceva la gente;
l’ho fermato per dirgli: “Con me non puoi niente!”.
Ho conosciuto il dolore e ho avuto pietà  di lui,
della sua solitudine, delle sue dita da ragno
di essere condannato al suo mestiere…
condannato al suo dolore.

L’ho guardato negli occhi, che sono voragini e strappi di sogni infranti:
respiri interrotti, ultime stelle di disperati amanti.
“Ti vuoi fermare un momento?” gli ho chiesto “insomma vuoi smetterla di nasconderti? Ti vuoi sedere?”
“Per una volta ascoltami! Ascoltami e non fiatare!”
“Hai fatto di tutto per disarmarmi la vita
e non sai, non puoi sapere che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,
appena appena toccante e non hai vie d’uscita perché nel cuore appreso,
in questo attendere anche in un solo attimo, l’emozione di amici che partono,
figli che nascono, sogni che corrono nel mio presente,
io sono vivo e tu, mio dolore, non conti un cazzo di niente.

Ti ho conosciuto dolore in una notte d’inverno,
una di quelle notti che assomigliano a un giorno
ma in mezzo alle stelle invisibili e spente
io sono un uomo, e tu non sei un cazzo di niente.

 

Roberto Vecchioni, “Ho conosciuto il dolore”, tratto da “Io non appartengo più” 2013.

 

-Cucuzela-

La Parabola del Barbone e del Materasso

C’era una volta un  barbone che passava le proprie giornate a vagare per i campi pieni d’immondizia e ruderi nella periferia di una grande città italiana. Per mangiare piazzava trappole per topi e conigli, ogni notte accendeva un fuocherello e riprendeva il cammino all’alba lasciando solo cenere e ossa dietro di se.

il nostro eroe.

il nostro eroe.

Una sera d’Aprile però, dopo una giornata particolarmente faticosa e nulla da mangiare, il barbone si sentì davvero stanco. Così quando l’uomo vide in lontananza una piccola capanna di lamiera a lato di un campo incolto e quasi divorata da un canneto, decise di passarvi la notte. Attraversò il campo inciampando spesso nei cespugli e nelle proprie scarpacce umide, tanto era stanco. Quando arrivò alla catapecchia si buttò a terra come un morto. Continue reading

Appendice alla Coscienza di Morte: L-F. Céline

E niente, me la sbrigo in fretta. Non preoccupatevi amici della lettura involuta, della “regresi” da facebook, della cultura  anche-no, della grammatica elastica, del blocco maiuscole; non preoccupatevi che mi spiccio.

Leggendo “Viaggio al termine della notte” ho trovato certi parallelismi fra quel che l’amico Diogene diceva nel suo “articolo” sulla Coscienza di morte. Ed essendo L-F. Céline  un tantino più abile nella parola del nostro Diogene – questione anche di duro lavoro, il nostro Diogene è giovine come anche io sono giovine, ci sarà tempo per diventare maestri parolieri – ho deciso di fare questo breve articoletto per aggiungere valore al concetto di Coscienza di morte (che sicuramente è proprietà di qualcun altro e non del Diogene – il nostro, si intende).

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3 tecniche per scrivere un libro in un’ora.

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Il perfume della carta

Volevo scrivere un capolavoro, ma subito mi sono accorto che fra lavoro e famiglia non ne avevo proprio il tempo, inoltre non volevo scrivere un racconto breve o qualcosa inferiore alle 300 paginette, perché si sa che i libricini del genere sono mediocri e infatti non vendono quanto le saghe interminabili.

Come il ciclo del mondo emerso, il ciclo dell’eredità, il ciclo mestruale, la saga di Hunger Games o i meravigliosi libri della Rowling. E infatti come testimonia il grande successo editoriale queste opere sono a tutti gli effetti capolavori, e mai un opera corta ha raggiunto un successo simile.

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